Apac

Stato Minas Gerais, Brasile.

La persona ritrova se stessa in un incontro vivo. […] L’io si desta dalla sua prigionia nella sua vulva originale, si desta dalla sua tomba, dal suo sepolcro, dalla sua situazione chiusa dell’origine e - come dire - “risorge”, prende coscienza di sé, proprio in un incontro. […] È come se la persona nascesse: non nasce lì, ma nell’incontro prende coscienza di sé, perciò nasce come personalità.

Don Giussani, L’io rinasce da un incontro

Da giudice cristiano penso che tutti gli uomini sono recuperabili.” Sono le parole di uno dei giudici brasiliani che lavorano con le APAC (Associazione di Protezione e Assistenza ai Condannati). Quando i detenuti entrano in queste strutture, vengo chiamati “recuperandi”.

Le APAC sono strutture alternative al carcere, gestite da civili e volontari senza l’ausilio della Polizia Penitenziaria. Un progetto nato nel 1983, quando viene affidato all’Associazione – che da anni operava all’interno delle carceri di Stato sotto la guida di Mario Ottoboni – il compito di amministrare un presidio in autonomia, senza il concorso della polizia. Grazie all’iniziativa di Ottoboni, oggi le APAC sono presenti in 56 stati del Brasile.

Sono strutture indipendenti e autosufficienti in cui il “detenuto” accetta di fare un cammino di recupero basato su un metodo studiato dallo stesso Ottoboni, metodo che nel tempo ha mostrato tutta la sua efficacia abbassando fino al 10% la recidiva di reato, rispetto all’80% delle “normali” carceri brasiliane.

Ogni APAC ha il suo rappresentate, che ha lo scopo di mantenere la disciplina e l’armonia tra i recuperandi, così come la pulizia e l’igiene personale e della cella. Ogni cella è considerata un nucleo-famiglia, all’interno delle quali i detenuti hanno la possibilità di avviare un reale percorso di recupero. Per la prima volta vengono guardati con uno sguardo differente. In modo nuovo, più umano. Come persone.